Una delusione unica, più di quella provata per Il Padrino - parte terza. Chiudere una trilogia è difficile, soprattutto se a distanza di anni. Ma da Dario Argento pretendevo un bel film.Mi sono accostato alla visione con qualche certezza. Sapevo di non potermi aspettare una buona prova da Asia Argento - peraltro ulteriormente penalizzata dal doppiaggio - e conoscevo la storia delle Tre Madri, Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum e Mater Lacrimarum, protagoniste della trilogia iniziata nel 1977 con Suspiria e proseguita, tre anni più tardi, con Inferno.
Puntavo tutto sulla sceneggiatura, in particolare sulle scene di morte, lì dove Argento ha dimostrato in passato la sua maestria. Ne La Terza Madre, il regista ha perso parte della sua originalità e della signorilità con cui distribuiva la morte all'interno dei suoi film. Molte scene virano più verso lo splatter che verso il gore. Non ricordo, peraltro, di aver visto più di dieci omicidi in un film, nè ricordo braccia mozzate e viscere in bella mostra.
La cosa che mi ha lasciato più perplesso è stato il modo con cui il regista ha deciso di mostrare il male. Dopo il risveglio di Mater Lacrimarum, una cappa di malvagità avvolge la città di Roma. Il male però non si manifesta esclusivamente in una dimensione esoterica, ma diventa male comune, sociale. Addirittura è il telegiornale a mostrare le immagini della violenza: ragazzi cghe distruggono automobili, rapimenti e barboni molestati.
Quelle che dovrebbero essere le adepte della Madre sono delle ribelli punk che infastidiscono i passanti. Alcune battute sembrano rubate a Xena - principessa guerriera, e l'apparizione della strega bianca che aiuta la protagonista a difendersi dalle insidie della Terza Madre è più adatta a una fiaba disneyana che ad una storia macabra.
Solo qualche elemento tipico del cinema di Argento, come la presenza degli animali o l'uso di insoliti strumenti di morte, meritano rispetto e comunque non riescono a tenere in piedi un film piuttosto malconcio. Tutto si può spiegare se si considera che con Dario Argento hanno collaborato due giovani sceneggiatori americani. Sarà l'ottusa nostalgia per il passato, ma Suspiria e Inferno sono nettamente migliori. Ma come dice un personaggio del film, " questa è ormai storia".
Una cosa che mi fa ben sperare è l'uscita de Il Nascondiglio, che segna il ritorno di Pupi Avati al genere horror.












"Il Padrino" è uno di quei film ai quali mi sono avvicinato, per vari motivi, con rispetto e un po' di reverenza. 

Il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison - un quasi anonimo Kevin Costner- è uno dei pochi a non credere alla tesi dell' omicidio di John F. Kennedy, montata ad hoc dal Pentagono: il 22 novembre 1963, a Dallas, uno squilibrato comunista, Lee Harvey Oswald ( Gary Oldman) colpisce mortalmente con 3 pallottole il presidente americano. Garrison vuole dimostrare invece la tesi del complotto, con il sospetto di un colpo di Stato: Kennedy è stato ucciso dalla CIA, i servizi segreti americani, con la complicità di un gruppo di esuli anticastristi, per le sua politica giudicata troppo morbida verso i nemici comunisti. La spedizione di un gruppo di oppositori castristi alla Baia dei Porci, voluta dal Presidente per rovesciare Castro, era stata un fallimento e Kennedy non voleva ripetere l'esperimento; la crisi missilistica del '62 tra USA, Cuba e Unione Sovietica si era risolta con un' accordo più o meno segreto con Kruscev che aveva deluso lo schieramento conservatore e inoltre, entro la fine del '63, la Casa Bianca avrebbe dato il via al ritiro dei soldati americani dal Vietnam.
Quattro amici (Mastroianni, Piccoli, Noiret, Tognazzi, il meglio che si poteva chiedere!) si ritrovano in una villa parigina per “un seminario gastronomico”. Ma il loro incontro prefigura un macabro epilogo: un suicidio. L’intenzione è di morire dolcemente, godendo smodatamente dei due grandi piaceri della vita: il sesso e il cibo. Si servono così di tre disponibili fanciulle a cui si aggiunge una generosa maestrina che sarà per loro madre, amante, moglie ma soprattutto muta testimone della loro orrenda fine. La sceneggiatura, ricca di humor nero, regge bene e, a mio avviso, ha una sola pecca: i personaggi sono poco analizzati caratterialmente per cui non mi è nota la ragione del suicidio. Con “La grande abbuffata”, Ferreri ottiene nel 1973 un buon successo internazionale di critica e di pubblico, riuscendo nel suo intento di mostrare gli eccessi e l’autolesionismo della pingue società capitalistica. Questo film mi fa naturalmente pensarea ad un’altra pellicola limite del cinema italiano. Due anni più tardi Pier Paolo Pasolini firmerà la sua ultima opera: Salò o le 120 giornate di Sodomia, un vero pugno nello stomaco, crudo e a tratti visivamente insopportabile. Da “La grande abbuffata” il regista friulano recupererà diversi elementi narrativi, come i quattro sadici fascisti, che scaricano le loro perversioni non su se stessi, come il film di Ferreri ma sui ragazzi rapiti, l’ambientazione, una villa-prigione nella Repubblica di Salò, gli echi letterari, e le quattro meretrici che eccitano oralmente e incitano all’azione i quattro gerarchi con i loro raccontini. Il legame tra il piacere, l’eros e la morte ritorna e si acuisce. Il sesso, quel tipo di sesso, violento, esplicito, sporco, diverso dall’esperienza primaverile della joix de vivre della Trilogia della vita (Il decameron, Il fiore delle mille e una notte e I racconti di Canterbury) è il segno dello sfruttamento, della mercificazione e del declassamento della dignità. Entrambi i film si chiudono poi con un finale quanto mai criptico:speranzoso quello di Pasolini,grottesco quello di Ferreri.
