giovedì, novembre 08, 2007

LA TERZA MADRE

Una delusione unica, più di quella provata per Il Padrino - parte terza. Chiudere una trilogia è difficile, soprattutto se a distanza di anni. Ma da Dario Argento pretendevo un bel film.
Mi sono accostato alla visione con qualche certezza. Sapevo di non potermi aspettare una buona prova da Asia Argento - peraltro ulteriormente penalizzata dal doppiaggio - e conoscevo la storia delle Tre Madri, Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum e Mater Lacrimarum, protagoniste della trilogia iniziata nel 1977 con Suspiria e proseguita, tre anni più tardi, con Inferno.
Puntavo tutto sulla sceneggiatura, in particolare sulle scene di morte, lì dove Argento ha dimostrato in passato la sua maestria. Ne La Terza Madre, il regista ha perso parte della sua originalità e della signorilità con cui distribuiva la morte all'interno dei suoi film. Molte scene virano più verso lo splatter che verso il gore. Non ricordo, peraltro, di aver visto più di dieci omicidi in un film, nè ricordo braccia mozzate e viscere in bella mostra.
La cosa che mi ha lasciato più perplesso è stato il modo con cui il regista ha deciso di mostrare il male. Dopo il risveglio di Mater Lacrimarum, una cappa di malvagità avvolge la città di Roma. Il male però non si manifesta esclusivamente in una dimensione esoterica, ma diventa male comune, sociale. Addirittura è il telegiornale a mostrare le immagini della violenza: ragazzi cghe distruggono automobili, rapimenti e barboni molestati.
Quelle che dovrebbero essere le adepte della Madre sono delle ribelli punk che infastidiscono i passanti. Alcune battute sembrano rubate a Xena - principessa guerriera, e l'apparizione della strega bianca che aiuta la protagonista a difendersi dalle insidie della Terza Madre è più adatta a una fiaba disneyana che ad una storia macabra.
Solo qualche elemento tipico del cinema di Argento, come la presenza degli animali o l'uso di insoliti strumenti di morte, meritano rispetto e comunque non riescono a tenere in piedi un film piuttosto malconcio. Tutto si può spiegare se si considera che con Dario Argento hanno collaborato due giovani sceneggiatori americani. Sarà l'ottusa nostalgia per il passato, ma Suspiria e Inferno sono nettamente migliori. Ma come dice un personaggio del film, " questa è ormai storia".
Una cosa che mi fa ben sperare è l'uscita de Il Nascondiglio, che segna il ritorno di Pupi Avati al genere horror.

lunedì, novembre 05, 2007

IL FEDERALE


Il professore Erminio Bonafè cerca di spiegare che cos'è la democrazia al fascistissimo Primo Arcovazzi, che l'ha catturato per consegnarlo al regime:


"se un individuo ha fame, il dittatore gli dà del pane e del formaggio, mentre un democratico gli dà dei soldi perchè si compri quello che vuole: pane, salame, un libro, una cravatta... insomma è libero!"

COMICI DRAMMATICI

Ho letto con una goccia di apprensione questa notizia:

(ANSA) - ROMA, 29 OTT - Nel supercast di Baaria, ultimo film del premio Oscar Giuseppe Tornatore, si aggiungono altri due nomi: Raoul Bova e Leo Gullotta. Faranno parte del megacast composto da 45 attori tra cui Beppe e Rosario Fiorello, l'eclettico Giorgio Faletti, Aldo Baglio (senza Giovanni e Giacomo), i comici siciliani Ficarra e Picone, Gabriele Lavia, la madrilena Angela Molina, Nicole Grimaudo, Spiro Scimone, Nino Frassica e Enrico Lo Verso. Uscita prevista: autunno 2008.


Ma poi ho pensato: sempre meglio un Aldo prestato a Tornatore, che un Abatantuono prestato ai Vanzina.

venerdì, settembre 14, 2007

SICKO

L'ultimo documentario di Michael Moore, Sicko, è un'inchiesta sul sistema sanitario statunitense, una delle tante facce tristi dell'America. Come tutti sanno, negli Stati Uniti il sistema sanitario è organizzato su base privata e quindi i cittadini hanno accesso alle cure solo se coperti da un'assicurazione. Di motivi di indignazione il film ne offre tanti, dalla morte di una bambina rifiutata da un ospedale perchè non convenzionato con la sua assicurazione, ai malati letteralmente scaricati per strada perchè privi di una polizza assicurativa. Ma ciò che colpisce maggiormente è la vergognosa pratica delle società di assicurazione che scavano nella vita dei clienti alla ricerca di motivi che possano giustificare il loro rifiuto di erogare la copertura per le spese sanitarie. Se per esempio sei a rischio infarto, sarà difficile trovare una compagnia che ti assista: dovrebbe spendere troppi soldi per pagarti le cure e sacrificare il profitto.
Il discredito della sanità è chiaro sia nella prima parte del film, pensata per il pubblico europeo, dove il regista mostra le storture del sistema, sia nella seconda, diretta al pubblico americano e realizzata in Canada, Francia e Gran Bretagna, tutti paesi con un regime sanitario pubblico. La meraviglia che prova Moore in Europa è la parodia dello stupore che proverebbe l'americano medio, ma è lo stesso stupore di un europeo in trasferta negli USA, che non accetta che sia il mercato a regolare la sanità e che il profitto e il denaro sostituiscano ideali come l'uguaglianza e la solidarietà.
Il linguaggio dei documentari spesso parla per opposizioni e non conosce sfumature: Moore ha preso il peggio della sanità degli Stati Uniti e il meglio di quell'europea. Non fa nessun accenno alla malasanità, alle chilometriche liste d'attesa o alle strutture non proprio all'avanguardia, oppure dell'eccellenza dei medici e della ricerca statunitensi. E' una scelta opinabile ma comprensibile, e soprattutto funzionale a dimostrare la sua tesi, che la salute deve essere un diritto e non un privilegio e che il sistema pubblico è più efficace del sistema privato, come dimostra la classifica dell'OMS del 2000 sui migliori sistemi sanitari, con la Francia al primo posto, seguita dall'Italia, e gli USA solo trentaduesimi.
Come il pluripremiato Bowling a Columbine, e a differenza di Fahrenheit 9/11, Sicko non è pensato ad uso e consumo della politica americana, anche se il problema della sanità è al centro dei programmi dei due candidati per le presidenziali del Partito Democratico, Hillary Clinton e Barak Obama. E' un film politico ma non schierato, anche nella provocazione finale, quando Michael Moore accompagna un gruppo di soccorritori dell' 11 settembre, che in patria non possono curarsi, a Cuba, il nemico numero uno della Casa Bianca, dove ricevono assistenza sanitaria completamente gratuita.

giovedì, giugno 14, 2007

PROFONDO ROSSO

"Profondo Rosso non è il classico thriller". A sostenerlo è lo stesso Dario Argento nell'intervista concessa per l'edizione in DVD del suo capolavoro. E chi può dargli torto? Certo, ci sono gli elementi tipici del trhiller, gli stereotipi di genere, come lo sconosciuto che decide di indagare da solo, la villa misteriosa e quattro omicidi. Ma c'è qualcosa di più. Argento nei suoi film ci ha abituati ad un nuovo tipo di morte, spaventosa, sorprendente e sadica. Perchè far morire un uomo semplicemente investito, quando puoi trascinarlo per metri e metri, fino a fargli sbattere la testa al marciapiede di una curva a gomito? Perchè accoltellare banalmente la tua vittima? Molto meglio se prima la fai soffrire, sbattendogli i denti contro gli angoli dell'arredamento casalingo e poi gli trapassi il collo con una lucente lama. L'idea di fondo è puntare su un dolore comune, che lo spettatore conosce sicuramente, come tagliarsi con una lametta, scottarsi con l'acqua bollente o urtare uno spigolo: tutti almeno una volta hanno provato questo tipo di dolore lancinante, sottile e acuto come questo.
Altrettanto originale è il modo di usare la macchina da presa. Nella primissima scena, sui titoli di testa, Argento posiziona la macchina da presa a terra, immobile, come i grandi maestri del cinema americano, da Welles a Kubrick, per catturare immediatamente lo spettatore e liberarlo solo sui titoli di coda. Nella scene degli assassinii, la macchina da presa è rapidissima, sempre in movimento, scruta, indaga e svela, dal primo piano al dettaglio, per mostrarci veramente tutto, perchè nulla può essere lasciato all'immaginazione. Nemmeno la scia di sangue sulla moquette, i pezzi di vetro ancora conficcati nella carne e la bava che fuoriesce lentamente dalla bocca.

mercoledì, marzo 14, 2007

L'ULTIMO RE DI SCOZIA

Nicholas Garrigan (James McAvoy, un ragazzetto simile a Silvio Muccino, ma più bravo) si è appena laureato in medicina. La vita in famiglia gli va stretta e così decide di far le valigie e andare in Uganda. Inizialmente presta servizio in un poverissimo villaggio vicino Entebbe, ma improvvisamente la sua permanenza sarà sconvolta da Idi Amin Dada (Forest Whitaker), il generale dell'esercito ugandese che ha appena preso il potere sovvertendo con un colpo di Stato il regime di MIlton Obode. Siamo nel 1972. Dopo un rocambolesco incontro, Nicholas diventa il suo medico personale. Tra i due nasce un particolare rapporto fatto di fiducia e di reciproca ammirazione. La figura carismatica di Amin strega letteralmente il giovane dottore. Il loro incontro è un po' l'incontro tra due destini, tra due percorsi di vita: l'entusiasmo di un ventenne appena uscito dalla provincia scozzese, pronto a fare esperienza, desideroso di aiutare il popolo ugandese, è intercettata dal disegno rivoluzionario di Amin, pronto a instaurare un nuovo ordine in Uganda. Lentamente però il protagonista scopre la vera identità di Amin. dietro l'aspetto da gigante buono, si nasconde un crudele macellaio, un dittatore spietato e sanguinario. Nicholas capisce che essere diventato l'uomo più vicino ad Amin è ora una trappola, un ostacolo troppo difficile da superare.
L'ultimo re di Scozia è solo uno degli epiteti con cui amava definirsi Amin, un personaggio affascinante come tutti i dittatori, dall'animo multiforme e dal carattere volubile, quindi complesso. E Forest Whitaker rende questo personaggio in maniera sublime. Recita divinamente, riempie lo schermo con la sua fisicità, la somiglianza con il generale è impressionante e te ne accorgi alla fine del film, quando scorrono le immagini del vero Amin.
L'ultimo re di Scozia era uno dei film più attesi della mia stagione cinematografica, perchè in linea con la mia idea di cinema. Ma l'attesa non è stata del tutto ripagata. Il film mi è piaciuto all' 80%: bravi gli attori, efficace l'intreccio tra realtà e finzione, bellissima la fotografia - il nero della pelle ugandese e i colori dei paesaggi africani. Però ci sono pezzi di sceneggiatura inaccettabili, poco credibili, che rendono la pellicola simile a uno di quei filmacci degli anni '80 con Dolph Lundgren o Sylvester Stallone, dove l'eroe si salva - perchè "deve" salvarsi - e sopravvive a situazioni impossibili. In particolare la fine mi ha lasciato perplesso. Peccato: non tutte le ciambelle escono col buco.

lunedì, febbraio 26, 2007

QUESTIONE DI DOVERE

Giustizia è fatta. Finalmente l'Academy ha riparato a due grossolani errori commessi in passato. La sesta nomination di Martin Scorsese non poteva andare a vuoto, era cinematograficamente insostenibile, e così è stato premiato per la regia del bellissimo The Departed. Mentre dopo 5 candidature inspiegabilmente rimaste tali, Ennio Morricone ha ricevuto uno strameritato Oscar alla carriera dalle mani di Clint Eastwood (standing ovation per Enio Moriconi!). E il pensiero va dritto dritto a Sergio Leone, incompreso da Hollywood per il meraviglioso C'era una volta in America. L'altra lieta notizia è l'Oscar per i costumi di Marie Antoinette a Milena Canonero, costumista tra le più affermate, già premiata per Barry Lyndon e disegnatrice delle mitiche tutine di Arancia meccanica. Come per la scorsa edizione, non c'è stato nessun film "pigliatutto". The Departed ha vinto quattro statuette, miglior film, migliore sceneggiatura non originale e miglior montaggio, battendo Babel. Oscar già previsti per Hellen Mirren per The Queen e Forest Whitaker per L'ultimo re di Scozia, quarto attore di colore a vincere il premio.
Due premi sono andati a Little Miss Sunshine, vera sorpresa della scorsa stagione cinematografica: migliore sceneggiatura e miglior attore protagonista Alan Arkin, il nonnetto cocainomane della protagonista. E due Oscar se li è aggiudicati anche An incovenient truth, il corto di Al Gore sui cambiamenti climatici. Hollywood, dopo essersi schierato con una superdonazione a favore di Barak Obama, candidato alla Casa Bianca per il Partito Democratico, ha ribadito la sua ostilità verso Bush, colpevole fra l'altro di non essersi mai impegnato per risolvere i problemi ambientali. L'unico rammarico è l'indifferenza dell'Academy verso Bobby, il film su Robert Kennedy, che non ha ricevuto nemmeno una nomination. Political uncorrect, altro che Borat.

lunedì, febbraio 12, 2007

BABEL

Babel è tre film in uno, tre storie ambientate in tre continenti diversi, accidentalmente unite da un sottilissimo filo rosso. Cate Blanchett è una giovane donna americana che, durante un viaggio in Marocco col marito ( un Brad Pitt invecchiato e ingrassato), viene ferita da due ragazzini che si divertono con un fucile. Amelia, la tata messicana dei loro due bambini, porta con sè i piccoli al matrimonio del figlio in Messico, accompagnata dal nipote Santiago (Gael Garcia Bernal). Al ritorno, Santiago forza un posto di blocco e abbandona la zia e i bambini nel deserto messicano. Ritrovata da una volante della polizia, sarà successivamente espulsa e rimpatriata. La terza storia vede protagonista una ragazza giapponese sordomuta, ancora traumatizzata dal suicidio della madre e con un padre pressochè assente, che cerca di riscattare con il sesso il suo stato di emarginazione eil suo disagio personale.
I temi trattati sono tanti, forse troppi per essere approfonditi. Si parla di emigrazione e terrorismo, ma anche di solitudine e abbandono, paura e incomunicabilità. La regia di Alejandro Inàrritu è perfetta nel far lambire le tre storie. D'altra parte ci aveva già mostrato tutto il suo talento nel montare e incastrare storie in "21 grammi". I punti di contatto sono disseminati qua e là nella narrazione, spesso sono secondari e lasciati sullo sfondo (la ragazza giapponese vede distrattamente in TV la notizia del ferimento della turista american). Quando in un episodio si raggiunge il picco di suspence ed emozioni, Inàrritu, con un trucchetto da soap-opera, volta abilmente pagina.
Il film è un' opera sulla società globale e sull'annullamento delle distanze. La trama può essere così riassunta: un fucile intestato ad un giapponese (il padre della ragazza) finisce nelle mani di un marocchino e ferisce un'americana che ha i figli in trasferta in Messico. Babel deve essere visto in lingua originale, o meglio in "lingue originali", vista la babele di lingue parlate: inglese, arabo, spagnolo, giapponese e francese. Devo dire che del film mi è piaciuta più la forma che la sostanza: non sono tanto convinto delle intenzioni degli autori e l'ho trovato leggermente incompleto. Ma evidentemente Inàrritu ha nuovamente colpito nel segno, beccandosi ben 7 nominations agli Oscar, comprese quelle per miglior film e miglior regia.

lunedì, dicembre 18, 2006

LA SCONOSCIUTA

Irena (Ksenia Rappoport) è una prostituta ucraina che riesce a scappare dal suo aguzzino verso un paesino del Veneto. Lì cerca con tutti i mezzi di farsi assumere come domestica da una famiglia di orafi. La loro figlia Tea, di 4 anni, è affetta da un handicap per cui non riesce a reagisce, non ha i riflessi pronti e non riconosce il pericolo, così, per esempio, ogni caduta diventa un trauma. Irena aiuterà la bambina a guarire e a difendersi.
La narrazione prende il via dall’arrivo della donna in Veneto. Di lei non si sa niente, ma tutti i particolari della sua storia emergono lentamente nel corso del film. Con un montaggio sapiente, il regista, Giuseppe Tornatore, svela l’intero retroscena - il motivo del viaggio, la fuga e il torbido passato della protagonista - mentre la storia va avanti: il tutto è filtrato dalla memoria di Irena.
Il film è un crescendo di emozioni e si rincorrono diversi colpi di scena che portano ad un inevitabile doppio finale. Ottima la direzione degli attori: l’ucraina Rappoport è bravissima, mentre la Gerini, nel ruolo della madre di Tea, è un po’ stinta. Michele Placido ci regala un’altra bella prova, confermandosi come uno dei migliori attori italiani in circolazione, assieme a Sergio Castellitto. Interpreta il protettore di Irena, un uomo repellente, viscido e violento: è totalmente calvo e Tornatore ce lo mostra spesso nudo e sudato, per aumentare il senso di disgusto ed accentuare l’intera caratterizzazione del personaggio.
Dopo Malèna, con cui era ritornato a parlare della sua Sicilia e della passione per il cinema, temi già presenti in Nuovo Cinema Paradiso, Oscar nel 1989, Tornatore ci regala un noir avvincente e allo stesso tempo poetico. Superbe le musiche del Maestro Morricone.

giovedì, dicembre 14, 2006

ERA ORA

Stamattina ho appreso una splendida notizia: Ennio Morricone riceverà, il prossimo febbraio, il Premio Oscar alla Carriera. Finalmente. Ieri il Pardo d'oro al Festival di Locarno e il Leone d'oro a Venezia, domani l'Oscar, il massimo riconoscimento dell'industria cinematografica. Per il Maestro si tratta della prima statuetta, dopo le 5 candidature per Mission, I giorni del cielo, Gli Intoccabili, Malena e Bugsy. Faceva parte di quel ristretto numero di artisti, come Kubrick e Orson Welles, candidati innumerevoli volte senza mai vincere. E questo non poteva che rafforzare quel mio legame ambiguo con gli Oscar, amati quando sono stretti dalle mani giuste, soprattutto se italiane, vituperati quando assegnati scandalosamente, come ad Halle Berry, per esempio, o non assegnati a chi aveva il giusto merito.
Questa volta nulla da eccepire. Chi più di Ennio Morricone lo meritava? 400 colonne sonore in quarant'anni di carriera, film grandiosi resi memorabili proprio dalle sue note: dagli spaghetti-western di Sergio Leone a C'era una volta in America; da La battaglia di Algeri ai film di Petri, Rosi, Lizzani, Tornatore; da Metti, una sera a cena a Il vizietto.
Finalmente un riconoscimento al cinema italiano, al grande cinema italiano, a tutti gli operai del suono, delle immagini, delle scenografie che non lo rendono secondo a nessuno. Se Hollywood ha gli effetti speciali, noi abbiamo i costumi di Milena Canonero e le luci di Vittorio Storaro; se gli americani hanno le belle facce, noi abbiamo le belle teste, le idee, il genio. Senza fare infantili generalizzazioni, io tifo sempre per il cinema di casa nostra.
A ottobre, ho avuto il piacere di ammirare il Maestro dal vivo: è stata una emozione unica. Le prime note de La battaglia di Algeri, de Gli Intoccabili e di C'era una volta in America, mi hanno fatto venire i brividi. Ma, paradossalmente, sono rimasto insoddisfatto. Volevo ascoltare i temi di Mission e di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto! Morricone, per il suo immenso repertorio, non è uno di quegli artisti che possono essere visti solo una volta nella vita, e poi basta. Per fortuna.

martedì, dicembre 12, 2006

IL DIAVOLO VESTE PRADA

Andrea Sachs (Anne Hathaway), aspirante giornalista, trova lavoro come segretaria personale di Miranda Priestly (Maryl Streep), direttrice di Runaway, la rivista più influente nel campo della moda, che le rende la vita un inferno. La sua esistenza è completamente cannibalizzata dall’imponente e dispotica presenza di Miranda, che la allontana lentamente dagli amici, dal compagno e dalla famiglia. Il mondo della moda le è totalmente estraneo, ma deve adattarsi in una feroce lotta per la sopravvivenza. E' costretta a scegliere tra il confortevole nido del passato e il lucente mondo della moda: farà la cosa giusta.
Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, è tanto piacevole quanto prevedibile. Il mondo dell' haute couture non ne esce benissimo: l’eccessiva competitività porta ad un cinismo condiviso e legittimato un po’ da tutti, a cui la protagonista saprà rinunciare.
Il punto di forza è indubbiamente la recitazione delle due protagoniste, sia della timida Hathaway, che della straordinaria Maryl Streep, in un ruolo che probabilmente le regalerà l’ennesima candidatura agli Oscar. La scelta della musica è azzeccata e calza a pennello con il ritmo frenetico del montaggio di alcune sequenze. Perfetta la scelta di “Vogue” di Madonna per la scena della trasformazione di Andrea, da ragazza della porta accanto in elegantissima segretaria alla moda. Se sapete qualcosa di vestiti, ultime tendenze e stilisti, avrete sicuramente il piacere di gustarvi e apprezzare il film nella sua interezza.

mercoledì, novembre 22, 2006

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

L’operaio Lulù Massa è il miglior cottimista della fabbrica B.E.N. di Milano, coccolato dal padrone e insensibile alle rivendicazioni del sindacato e della sinistra extraparlamentare. Dopo aver perso un dito in un incidente, si avvicina ai contestatori diventando il simbolo della rivolta. Perde la famiglia e soprattutto il posto di lavoro, ma, grazie alla contrattazione sindacale, viene riassunto e declassato alla catena di montaggio. “La classe operaia va in paradiso”, scritto e diretto da Elio Petri, è il primo film italiano dedicato agli operai e alla vita nella fabbrica. Uscito nel 1971, è un vero e proprio instant movie, con gli ingredienti e i protagonisti di quegli anni di lotte studentesche, autunni caldi e grandi scioperi. C’è il conflitto tra padroni e operai; il rapporto uomo-macchina; la lotta tra il sindacato riformista e le frange di studenti parolai rivoluzionari che si contendono il consenso dei lavoratori; l’occupazione delle scuole e gli scontri con la polizia. Al centro del film c’è condizione dell’operaio e l’alienazione: il protagonista porta al di fuori della fabbrica la sua stessa logica, valutando, per esempio, il prezzo delle cose in ore di lavoro retribuito.
Lulù Massa attraversa diverse fasi nel corso del film. Inizialmente è iperinquadrato nei ritmi del lavoro; da sedici anni in fabbrica, solo lui fa il 7% della produzione; è l’operaio modello da imitare e, per questo, odiato dai compagni. È un caso, insolito per l’epoca, di operaio che più che stare con il padrone, sta con la fabbrica, con la produzione e con il cottimo. È sordo a tutti i richiami e alle lotte del sindacato, ma il suo atteggiamento cambia in seguito all’incidente. Diventa il capo della rivolta, il simbolo dello sfruttamento padronale. È quindi l’incidente a fargli prendere coscienza della sua condizione, non gli slogan degli agitatori; è elevato a eroe della classe operaia dal gruppo ostile ai sindacati dei giovani marxisti, che al di là dei cancelli aizzano gli operai a ribellarsi. Ospita a casa sua un gruppo di compagni, ma proprio questo suo comportamento causa l’allontanamento della convivente e di suo figlio. In seguito a dei tafferugli con la polizia, viene licenziato e solo allora litiga con quel gruppo di studenti, capaci solo di parlare e incuranti del suo licenziamento (“a noi interessa un discorso di classe, non individuale…”, dice uno di essi). Il finale, che allude al titolo, è un po’ troppo allegorico: Lulù sogna il riscatto ultraterreno della classe operaia.
L’interpretazione di Gian Maria Volontè è a dir poco eccellente, così come quella di Salvo Randone, che interpreta Militina, un vecchio operaio finito in manicomio. Lulù ha paura di fare la sua stessa fine, soprattutto quando si accorge di aver assunto atteggiamenti ambigui che lo stesso Militina aveva poco prima di impazzire. Il manicomio sembra essere il naturale seguito della fabbrica e la pazzia diventa l’esasperazione della condizione operaia.
Doveroso menzionare la musica del maestro Morricone: una marcetta efficace e sostenuta che prende il via dai rumori della fabbrica. Geniale.
Il film lasciò strascichi polemici soprattutto a sinistra ed ebbe un grande successo internazionale: fu premiato con la Palma d’oro a Cannes, insieme a “Il caso Mattei”, diretto da Rosi, con protagonista lo stesso Volontè.

martedì, ottobre 24, 2006

AMERICAN HISTORY X

Derek Vinyard, fanatico neonazista, esce dopo 3 anni di carcere, per l'omicidio di due neri che cercavano di rubaregl il'auto. Il suo unico obiettivo è evitare che il fratello minore Daniel intraprenda la sua stessa strada. La vita in cella lo ha cambiato: nouvi rapporti umani gli hanno mostrato l'assurdità dell'ideologia che abbraccaiva. Il film ha un po' la pretesa di condensare in circa due ore l'intero percorso del protagonista, è un po' rigido e frettoloso nel mostrare le varie tappe che portano Derek dall'esaltazione ideologica alla redenzione. Nonostante questa esemplificazione riesce qua e là a seminare spunti di riflessione sociologica (il "reinserimento" dei neri dopo gli anni '60, il disagio sociale che sostiene il microcosmo dei sostenitori di estrema destra). Il filo conduttore del film è la violenza e la sua capacità di autoalimentarsi. Efficace l'alternanza tra il bianconero e il colore per i due piani temporali di narrazione, il passato e il presente. Da ricordare un paio di scene violente e la svastica tatuata sul petto del più che discreto Edward Norton. Un film sulla funzione riabilitativa del carcere?

lunedì, settembre 11, 2006

LACAPAGIRA

Può un film costato 300 milioni di lire incassarne ben un miliardo e diventare un vero e proprio cult, soprattutto nell'Italia meridionale? Si, se metti insieme gli attori giusti, un gruppo di attori "di strada", tutti pugliesi, cresciuti nei piccoli teatri locali, una buona dose di ironia e tanti riferimenti alla realtà metropolitana. Lacapagira è un bel film del 1999, girato dall'esordiente Alessandro Piva, Nastro d'argento e Ciak d'oro per la migliore opera prima, sulla piccola malavita barese. I protagonisti sono due delinquentucci sfigati che lavorano, spacciano cioè, per Nino, detto "U carrarmat". Il luogo adibito allo spaccio è il locale di Sabino: davanti semplice ludoteca, dietro, bisca clandestina. Il punto di forza del film è sicuramente il dialetto: è interamente girato in barese, ma distribuito con sottotitoli in italiano. Il dialetto, con tutto il colore del suo torpiloquio, è l'elemento fondamentale per radicare una storia in un certo contesto sociale. Lo stile è grottesco, con un finale a tinte drammatiche stemperate con spruzzi di ironia. Lacapagira è diventato un cult perchè i giovani si sono riconosciuti nei modi di dire e di comportarsi e perchè offre una fedele rappresentazione di una piccola realtà locale, ma largamente diffusa, non tipicamente meridionale, e quindi facilmente esportabile.

lunedì, agosto 14, 2006

IL PADRINO - LA TRILOGIA

"Il Padrino" è uno di quei film ai quali mi sono avvicinato, per vari motivi, con rispetto e un po' di reverenza.
Innanzitutto per il posto e il peso che ha nella storia del cinema. Poi per il modo con cui è confezionato, cioè la trilogia, che lo accosta ad un opera letteraria, alla Divina Commedia. E' innegabile il fascino che suscita in me la figura di Don Vito Corleone, il patriarca della famiglia. Anche se c'è solo nella prima parte, la sua ombra si sente anche nei capitoli successivi. Marlon Brando ha dato vita ad un personaggio unico e irripetibile, con quella mascella un po' cagnesca e la voce "soffocata". Non a caso fu premiato con L'Oscar nel 1972.
"Il Padrino" rappresenta per me la conquista italiana di Hollywood: dalla lingua ai personaggi, dal costume ai paesaggi al cibo, il Bel Paese è sempre presente. Nel secondo e terzo capitolo molte scene sono girate in Italia, in Sicilia e a Roma, e in più hanno partecipato all'opera molti attori italiani, tra cui il grande Gastone Moschin (Don Fanucci), Franco Citti e il felliniano Leopoldo Trieste. L'indimenticabile musica è del maestro Nino Rota, Oscar nel 1974, e poi sia Francis F. Coppola, che Mario Puzo sono di origine italiana: addirittura il regista discende da una famiglia lucana!!
Un ultimo accenno al cast: stellare, straordinario: oltre a Brando, ci sono Al Pacino e Robert De Niro, James Caan, Sterling Hayden, Robert Duvall, Diane Keaton e poi Andy Garcia, Talia Shire, John Cazale e Eli Wallach (il "brutto" del film di Sergio Leone, con il suo delizioso Don Altobello).
I 3 film offrono un ritrattofedele, romanzato ma realistico della Mafia, con la sua etica e le sue regole, le sue debolezze e il suo potere.
Il primo capitolo è tratto interamente dal libro di Mario Puzo, che collaborò alla sceneggiatura di tutte e tre le parti. Il nucleo centrale è la successione a sorpresa tra Don Vito e il figlio Michele (Al Pacino) alla guida della Cupola. Ci sono battute celebri e scene memorabili come la morte di Santino, il matrimonio di Costanza, per non parlare della testa del cavallo o del finale.
Il secondo capitolo, in parte tratto dal libro, si snoda su due livelli narrativi e cronologicamente diversi. Il primo mostra le vicissitudini dei Corleone fra tradimenti e rivoluzioni (Michele Corleone prevede la vittoria di Castro a Cuba nel 1959), mentre il secondo narra le origini di Vito Corleone, interpretato da un giovane De Niro, Oscar per il miglior attore non protagonista nel 1974.
Il terzo capitolo è il più infelice della saga. Peggio recitato a causa di Sofia Coppola nel ruolo della figlia di Michele Corleone, praticamente inespressiva e anonima. Poi per i contenuti: sembra un pasticcio in cui c'entrano tutti: politici, Vaticano, alta finanza, con i riferimenti agli scandali italiani, a Calvi e Andreotti. Secondo me il terzo capitolo lo hanno fatto solo per concludere la serie, anche se da anni si parla di una quarta parte, forse per ragioni economiche, basti vedere l'anno di uscita, il 1990 a 16 anni di distanza dal secondo capitolo. Dell'ultima parte si salva sicuaramente l'autentica rappresentazione della Cavalleria rusticana, che contribuisce ad aumentare l'enfasi e la magniloquenza del racconto.

giovedì, agosto 03, 2006

I MOSTRI

Se un giorno qualcuno mi chiedesse che cos’è l’ipocrisia, gli farei vedere questo film. L’ipocrisia, l’egoismo, il cinismo, l’incoerenza sono i dis-valori incarnati dai protagonisti dei 18 episodi di cui si compone “I mostri” di Dino Risi.
Il titolo allude ai personaggi interpretati meravigliosamente da Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Il film offre un ritratto della società attraverso delle figure tipiche dell’universo maschile, che assumono comportamenti negativi nella vita privata come in quella pubblica. Niente e nessuno si salva dall’attenta analisi degli sceneggiatori: i giornali e la TV, i politici e gli avvocati e i preti. Sono smascherati i vizi comuni, e stereotipati, degli italiani, condivisi dai personaggi dei vari film della “commedia all’italiana”, di cui “I mostri” è un degno rappresentante.
Così come altri capolavori del genere, come “Il sorpasso”, o le opere di Monicelli, anche questo film si conclude con un finale amarissimo e sorprendente, che smorza l’ilarità che si prova durante la visione. Ecco una delle tante differenze con il cinema americano: l’assenza del lieto fine, che appiana tutte le negatività, che rende il film ottimista, più digeribile, come il miele che cosparge l’orlo di un bicchiere contenente uno sciroppo disgustoso. Il cinema italiano è si più pessimista, ma più realista, fatto non per sognare, ma per pensare.

lunedì, maggio 29, 2006

FREAKS

Il titolo del film può essere immediatamente tradotto in "scherzi della natura". I protagonisti del film sono davvero delle persone deformi, degli esseri la cui visione è al limite della sopportabilità. Liberamente tratto da un racconto di Tod Robbins, intitolato Spurs, il film uscì nel 1932 per la regia di Tod Browning, il maestro dell'horror reduce dal successo di Dracula. Purtroppo il successo non si bissò: costato più di 300 mila dollari, ne incassò appena la metà. Per la delusione Browning decise così di ritirarsi dal cinema. Nella didascalia d’apertura, gli autori del film denunciano i soprusi a cui erano sottoposti i “diversi” e sostengono che “il rifiuto verso di essi è frutto del condizionamento inflittoci dai nostri antenati”. Per difendersi i Freaks hanno messo a punto un loro personalissimo codice di comportamento, per cui il bene, o il male, subito da uno è bene, o male, di tutti. La storia, definita “uno spettacolo irripetibile”, getta uno sguardo colmo di pietà ed umiltà sul mondo dei “diversi”. I protagonisti sono veri fenomeni da baraccone: c’è il nugolo dei simpatici nani, la donna barbuta, il tronco umano, l’uomo scheletro e l’ermafrodito, perfettamente a loro agio nel circo ricostruito da Browning, ex saltimbanco professionista. Ecco la trama: l’avida trapezista del circo sposa per denaro il nano Hans , con lo scopo di ucciderlo. La scena culminante del film è proprio il banchetto nuziale: i Freaks offrono da bere alla sposa per il rito di iniziazione/accettazione, intonando l’agghiacciante coro “ti accettiamo, ti accettiamo, una di noi, una di noi…”. Ma la donna, ubriaca, rifiuta, maledicendo tutti i Freaks. Scoperto l’inganno, i Freaks si vendicano sulla trapezista e la “costringono” a diventare realmente una di loro. Il film si evolve in maniera circolare, con un prologo che svela quasi l’epilogo e aumenta la dose di suspence per tutta la sua visione. Purtroppo la versione distribuita fu mutilata dalla censura che ne ridusse la durata di circa 30 minuti, eliminando le scene più cruenti della vendetta. Questo perché alla prima, il film fu accolto dalle polemiche e dagli svenimenti delle benpensanti signore statunitensi. La pellicola presenta un chiaro rovesciamento di ruoli ed è apparentemente difficile distinguere i buoni dai cattivi. Ma non si può non essere dalla parte dei Freaks e colpevolizzare la bramosa trapezista rea di averne sfruttato tutta la purezza. E allora è lei la vera diversa, perchè incapace di accettare la diversità. Ecco il messaggio morale che il film vuol lasciare in eredità ai suoi spettatori. Freaks è il film maledetto della storia del cinema. La sua visione non può non essere accompagnata da un senso di benevola repulsione e di sincera meraviglia. È uno di quei film che consiglio con tutto il cuore… e poi dura solo un’ora e venti…

JFK - UN CASO ANCORA APERTO

Il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison - un quasi anonimo Kevin Costner- è uno dei pochi a non credere alla tesi dell' omicidio di John F. Kennedy, montata ad hoc dal Pentagono: il 22 novembre 1963, a Dallas, uno squilibrato comunista, Lee Harvey Oswald ( Gary Oldman) colpisce mortalmente con 3 pallottole il presidente americano. Garrison vuole dimostrare invece la tesi del complotto, con il sospetto di un colpo di Stato: Kennedy è stato ucciso dalla CIA, i servizi segreti americani, con la complicità di un gruppo di esuli anticastristi, per le sua politica giudicata troppo morbida verso i nemici comunisti. La spedizione di un gruppo di oppositori castristi alla Baia dei Porci, voluta dal Presidente per rovesciare Castro, era stata un fallimento e Kennedy non voleva ripetere l'esperimento; la crisi missilistica del '62 tra USA, Cuba e Unione Sovietica si era risolta con un' accordo più o meno segreto con Kruscev che aveva deluso lo schieramento conservatore e inoltre, entro la fine del '63, la Casa Bianca avrebbe dato il via al ritiro dei soldati americani dal Vietnam.
Il film è un perfetto legal thriller. Il regista e sceneggiatore Oliver Stone l'ha tratto dal libro "On the trail of the assassins", scritto proprio da Jim Garrison, l'unico ad aver portato in tribunale il "caso JFK". Le 3 ore del film scorrono quasi inconsapevolmente: il ritmo è serrato e la musica tagliata perfettamente su un montaggio nervoso ed efficace. Sono incluse anche immagini documentaristiche dell'epoca e l'uso alternato del colore e del bianco e nero esprime perfettamente l'alternanza tra presente e passato. E poi è ottimamente recitato. Oltre a Costner e Oldman, ci sono Kevin Bacon e Tommy Lee Jones, nella parte di due omosessuali, Sissy Spacek e Joe Pesci, il più bravo caratterista di Hollywood, oltre ad una serie di deliziosi cammei: da Lemmon e Matthau, a Donald Sutherland a John Candy, fino a "er Monnezza" Tomas Milian, di origini cubane, nella parte di un patriota anticastrista!!
Il film cerca di fare luce su un caso ancora non chiarito, destinato probabilmente a non esserlo mai. Se è vera la tesi di Garrison, allora il marcio è presente non solo in Italia. Anche gli Stati Uniti non sono immuni alla regia occulta dei servizi segreti, degli apparati deviati dello Stato che tramano nell'ombra e sulla pelle dei cittadini. Il mio livello di indignazione va al di là di ciò che ho provato pe le malefatte di casa nostra, perchè il paese esportatore degli ideali più puri non deve cadere in tentazione. O almeno non dovrebbe. Durante la visione del film infatti sono stato sfiorato dal dubbio: e se tutto qullo che è successo era giustificabile in un mondo la cui sorte era affidata ai capricci delle due superpotenze?
L'unica cosa che non mi è piaciuta di "JFK" è stata la deriva eccessivamente zuccherosa che la sceneggiatura ha toccato in diversi punti. Oliver Stone sarà pure un regista "antisistema", ma il sentimentalismo di cui è intriso il film non è da meno ai vari polpettoni hollywoodiani.

lunedì, maggio 22, 2006

LA GRANDE ABBUFFATA

Quattro amici (Mastroianni, Piccoli, Noiret, Tognazzi, il meglio che si poteva chiedere!) si ritrovano in una villa parigina per “un seminario gastronomico”. Ma il loro incontro prefigura un macabro epilogo: un suicidio. L’intenzione è di morire dolcemente, godendo smodatamente dei due grandi piaceri della vita: il sesso e il cibo. Si servono così di tre disponibili fanciulle a cui si aggiunge una generosa maestrina che sarà per loro madre, amante, moglie ma soprattutto muta testimone della loro orrenda fine. La sceneggiatura, ricca di humor nero, regge bene e, a mio avviso, ha una sola pecca: i personaggi sono poco analizzati caratterialmente per cui non mi è nota la ragione del suicidio. Con “La grande abbuffata”, Ferreri ottiene nel 1973 un buon successo internazionale di critica e di pubblico, riuscendo nel suo intento di mostrare gli eccessi e l’autolesionismo della pingue società capitalistica. Questo film mi fa naturalmente pensarea ad un’altra pellicola limite del cinema italiano. Due anni più tardi Pier Paolo Pasolini firmerà la sua ultima opera: Salò o le 120 giornate di Sodomia, un vero pugno nello stomaco, crudo e a tratti visivamente insopportabile. Da “La grande abbuffata” il regista friulano recupererà diversi elementi narrativi, come i quattro sadici fascisti, che scaricano le loro perversioni non su se stessi, come il film di Ferreri ma sui ragazzi rapiti, l’ambientazione, una villa-prigione nella Repubblica di Salò, gli echi letterari, e le quattro meretrici che eccitano oralmente e incitano all’azione i quattro gerarchi con i loro raccontini. Il legame tra il piacere, l’eros e la morte ritorna e si acuisce. Il sesso, quel tipo di sesso, violento, esplicito, sporco, diverso dall’esperienza primaverile della joix de vivre della Trilogia della vita (Il decameron, Il fiore delle mille e una notte e I racconti di Canterbury) è il segno dello sfruttamento, della mercificazione e del declassamento della dignità. Entrambi i film si chiudono poi con un finale quanto mai criptico:speranzoso quello di Pasolini,grottesco quello di Ferreri.

VIALE DEL TRAMONTO

Joe Gillis (William Holden) si rifugia in una sontuosa e decadente villa fin de siècle, per nascondere la sua automobile che vorrebbero requisirgli. La villa è di Norma Desmond, celebre attrice del muto, interpretata magistralmente da Gloria Swanson. Joe si farà mantenere da Norma, innamorata di lui, e deciderà di correggere una sua sceneggiatura che dovrebbe rilanciarla nel firmamento hollywoodiano. E meschinamente contribuirà a rinfocolare l’illusione dell’attrice, facendola sentire di nuovo desiderata. Contemporaneamente, lavora nottetempo e in gran segreto, alla stesura di un altro testo con una giovane e piacente collaboratrice che susciterà le gelosie della star. La protagonista vive nell’ovattato mondo dei ricordi, incapace di accettare la fine del successo, decretato semplicemente dall’avvento del sonoro. Quotidianamente proietta nel suo pomposo salone tutti i suoi vecchi successi ed è convinta di poter dare ancora qualcosa al mondo del cinema. La sua immagine può essere riassunta in una sola battuta: ”Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo”. Norma Desmond è vittima di una schizofrenia che assumerà toni drammatici alla fine del film. Azzeccata è la scelta del regista Billy Wilder di affidare al perverso e hitchkockiano Erich von Stroheim, che aveva realmente diretto la Swanson nell’età d’oro del muto degli nni ’30, la parte dell’ex regista e maggiordomo dell’attrice. Sicuramente, insieme ad “8 e ½”,è il più bel film mai realizzato sul cinema, autoreferenziale, ma non auto celebrativo, con il quale Wilder ci mostra, senza indulgenze, il volto triste di Hollywood e di una attrice avviata verso il tristemente noto Sunset Boulevard. Questo film segna una incursione del regista nel genere drammatico, diverso dalla commedia per cui ha firmato successi come ”A qualcuno piace caldo” e “Quando la moglie è in vacanza”. Il film è narrato dalla voce fuoricampo del protagonista che compare cadavere all’inizio: così Wilder ci anticipa la fine del film e ci obbliga a seguirlo! Geniale! La pellicola, impreziosita dai cammei di Cecil B. de Mille e Buster Keaton, nel ruolo di se stessi, fu candidata a 11 premi Oscar, portandosi a casa 3 statuette per la sceneggiatura originale, per la scenografia e per le musiche. Amaro, sconvolgente e attuale. Un assoluto capolavoro che consiglio di vedere a tutti i costi!! Quando l’ho visto ho pensato: “mamma mia che cosa fa il successo!!”. La celebre frase dell’immortale Giulio Andreotti, “il potere logora chi non ce l’ha”, mi è parsa proprio inadatta!! Il film mi ha lasciato un profondo senso di desolazione, mi ha fatto provare vergogna per tutti quegli artisti, cantanti e attori, che vivono arrampicati sul passato e che godono di un successo oramai agli sgoccioli. A questi consiglio vivamente il ritiro!!