Irena (Ksenia Rappoport) è una prostituta ucraina che riesce a scappare dal suo aguzzino verso un paesino del Veneto. Lì cerca con tutti i mezzi di farsi assumere come domestica da una famiglia di orafi. La loro figlia Tea, di 4 anni, è affetta da un handicap per cui non riesce a reagisce, non ha i riflessi pronti e non riconosce il pericolo, così, per esempio, ogni caduta diventa un trauma. Irena aiuterà la bambina a guarire e a difendersi.La narrazione prende il via dall’arrivo della donna in Veneto. Di lei non si sa niente, ma tutti i particolari della sua storia emergono lentamente nel corso del film. Con un montaggio sapiente, il regista, Giuseppe Tornatore, svela l’intero retroscena - il motivo del viaggio, la fuga e il torbido passato della protagonista - mentre la storia va avanti: il tutto è filtrato dalla memoria di Irena.
Il film è un crescendo di emozioni e si rincorrono diversi colpi di scena che portano ad un inevitabile doppio finale. Ottima la direzione degli attori: l’ucraina Rappoport è bravissima, mentre la Gerini, nel ruolo della madre di Tea, è un po’ stinta. Michele Placido ci regala un’altra bella prova, confermandosi come uno dei migliori attori italiani in circolazione, assieme a Sergio Castellitto. Interpreta il protettore di Irena, un uomo repellente, viscido e violento: è totalmente calvo e Tornatore ce lo mostra spesso nudo e sudato, per aumentare il senso di disgusto ed accentuare l’intera caratterizzazione del personaggio.
Dopo Malèna, con cui era ritornato a parlare della sua Sicilia e della passione per il cinema, temi già presenti in Nuovo Cinema Paradiso, Oscar nel 1989, Tornatore ci regala un noir avvincente e allo stesso tempo poetico. Superbe le musiche del Maestro Morricone.




"Il Padrino" è uno di quei film ai quali mi sono avvicinato, per vari motivi, con rispetto e un po' di reverenza. 

Il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison - un quasi anonimo Kevin Costner- è uno dei pochi a non credere alla tesi dell' omicidio di John F. Kennedy, montata ad hoc dal Pentagono: il 22 novembre 1963, a Dallas, uno squilibrato comunista, Lee Harvey Oswald ( Gary Oldman) colpisce mortalmente con 3 pallottole il presidente americano. Garrison vuole dimostrare invece la tesi del complotto, con il sospetto di un colpo di Stato: Kennedy è stato ucciso dalla CIA, i servizi segreti americani, con la complicità di un gruppo di esuli anticastristi, per le sua politica giudicata troppo morbida verso i nemici comunisti. La spedizione di un gruppo di oppositori castristi alla Baia dei Porci, voluta dal Presidente per rovesciare Castro, era stata un fallimento e Kennedy non voleva ripetere l'esperimento; la crisi missilistica del '62 tra USA, Cuba e Unione Sovietica si era risolta con un' accordo più o meno segreto con Kruscev che aveva deluso lo schieramento conservatore e inoltre, entro la fine del '63, la Casa Bianca avrebbe dato il via al ritiro dei soldati americani dal Vietnam.
Quattro amici (Mastroianni, Piccoli, Noiret, Tognazzi, il meglio che si poteva chiedere!) si ritrovano in una villa parigina per “un seminario gastronomico”. Ma il loro incontro prefigura un macabro epilogo: un suicidio. L’intenzione è di morire dolcemente, godendo smodatamente dei due grandi piaceri della vita: il sesso e il cibo. Si servono così di tre disponibili fanciulle a cui si aggiunge una generosa maestrina che sarà per loro madre, amante, moglie ma soprattutto muta testimone della loro orrenda fine. La sceneggiatura, ricca di humor nero, regge bene e, a mio avviso, ha una sola pecca: i personaggi sono poco analizzati caratterialmente per cui non mi è nota la ragione del suicidio. Con “La grande abbuffata”, Ferreri ottiene nel 1973 un buon successo internazionale di critica e di pubblico, riuscendo nel suo intento di mostrare gli eccessi e l’autolesionismo della pingue società capitalistica. Questo film mi fa naturalmente pensarea ad un’altra pellicola limite del cinema italiano. Due anni più tardi Pier Paolo Pasolini firmerà la sua ultima opera: Salò o le 120 giornate di Sodomia, un vero pugno nello stomaco, crudo e a tratti visivamente insopportabile. Da “La grande abbuffata” il regista friulano recupererà diversi elementi narrativi, come i quattro sadici fascisti, che scaricano le loro perversioni non su se stessi, come il film di Ferreri ma sui ragazzi rapiti, l’ambientazione, una villa-prigione nella Repubblica di Salò, gli echi letterari, e le quattro meretrici che eccitano oralmente e incitano all’azione i quattro gerarchi con i loro raccontini. Il legame tra il piacere, l’eros e la morte ritorna e si acuisce. Il sesso, quel tipo di sesso, violento, esplicito, sporco, diverso dall’esperienza primaverile della joix de vivre della Trilogia della vita (Il decameron, Il fiore delle mille e una notte e I racconti di Canterbury) è il segno dello sfruttamento, della mercificazione e del declassamento della dignità. Entrambi i film si chiudono poi con un finale quanto mai criptico:speranzoso quello di Pasolini,grottesco quello di Ferreri.






