"Il Padrino" è uno di quei film ai quali mi sono avvicinato, per vari motivi, con rispetto e un po' di reverenza. Innanzitutto per il posto e il peso che ha nella storia del cinema. Poi per il modo con cui è confezionato, cioè la trilogia, che lo accosta ad un opera letteraria, alla Divina Commedia. E' innegabile il fascino che suscita in me la figura di Don Vito Corleone, il patriarca della famiglia. Anche se c'è solo nella prima parte, la sua ombra si sente anche nei capitoli successivi. Marlon Brando ha dato vita ad un personaggio unico e irripetibile, con quella mascella un po' cagnesca e la voce "soffocata". Non a caso fu premiato con L'Oscar nel 1972.
"Il Padrino" rappresenta per me la conquista italiana di Hollywood: dalla lingua ai personaggi, dal costume ai paesaggi al cibo, il Bel Paese è sempre presente. Nel secondo e terzo capitolo molte scene sono girate in Italia, in Sicilia e a Roma, e in più hanno partecipato all'opera molti attori italiani, tra cui il grande Gastone Moschin (Don Fanucci), Franco Citti e il felliniano Leopoldo Trieste. L'indimenticabile musica è del maestro Nino Rota, Oscar nel 1974, e poi sia Francis F. Coppola, che Mario Puzo sono di origine italiana: addirittura il regista discende da una famiglia lucana!!
Un ultimo accenno al cast: stellare, straordinario: oltre a Brando, ci sono Al Pacino e Robert De Niro, James Caan, Sterling Hayden, Robert Duvall, Diane Keaton e poi Andy Garcia, Talia Shire, John Cazale e Eli Wallach (il "brutto" del film di Sergio Leone, con il suo delizioso Don Altobello).
I 3 film offrono un ritrattofedele, romanzato ma realistico della Mafia, con la sua etica e le sue regole, le sue debolezze e il suo potere.
Il primo capitolo è tratto interamente dal libro di Mario Puzo, che collaborò alla sceneggiatura di tutte e tre le parti. Il nucleo centrale è la successione a sorpresa tra Don Vito e il figlio Michele (Al Pacino) alla guida della Cupola. Ci sono battute celebri e scene memorabili come la morte di Santino, il matrimonio di Costanza, per non parlare della testa del cavallo o del finale.
Il secondo capitolo, in parte tratto dal libro, si snoda su due livelli narrativi e cronologicamente diversi. Il primo mostra le vicissitudini dei Corleone fra tradimenti e rivoluzioni (Michele Corleone prevede la vittoria di Castro a Cuba nel 1959), mentre il secondo narra le origini di Vito Corleone, interpretato da un giovane De Niro, Oscar per il miglior attore non protagonista nel 1974.
Il terzo capitolo è il più infelice della saga. Peggio recitato a causa di Sofia Coppola nel ruolo della figlia di Michele Corleone, praticamente inespressiva e anonima. Poi per i contenuti: sembra un pasticcio in cui c'entrano tutti: politici, Vaticano, alta finanza, con i riferimenti agli scandali italiani, a Calvi e Andreotti. Secondo me il terzo capitolo lo hanno fatto solo per concludere la serie, anche se da anni si parla di una quarta parte, forse per ragioni economiche, basti vedere l'anno di uscita, il 1990 a 16 anni di distanza dal secondo capitolo. Dell'ultima parte si salva sicuaramente l'autentica rappresentazione della Cavalleria rusticana, che contribuisce ad aumentare l'enfasi e la magniloquenza del racconto.


Il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison - un quasi anonimo Kevin Costner- è uno dei pochi a non credere alla tesi dell' omicidio di John F. Kennedy, montata ad hoc dal Pentagono: il 22 novembre 1963, a Dallas, uno squilibrato comunista, Lee Harvey Oswald ( Gary Oldman) colpisce mortalmente con 3 pallottole il presidente americano. Garrison vuole dimostrare invece la tesi del complotto, con il sospetto di un colpo di Stato: Kennedy è stato ucciso dalla CIA, i servizi segreti americani, con la complicità di un gruppo di esuli anticastristi, per le sua politica giudicata troppo morbida verso i nemici comunisti. La spedizione di un gruppo di oppositori castristi alla Baia dei Porci, voluta dal Presidente per rovesciare Castro, era stata un fallimento e Kennedy non voleva ripetere l'esperimento; la crisi missilistica del '62 tra USA, Cuba e Unione Sovietica si era risolta con un' accordo più o meno segreto con Kruscev che aveva deluso lo schieramento conservatore e inoltre, entro la fine del '63, la Casa Bianca avrebbe dato il via al ritiro dei soldati americani dal Vietnam.
Quattro amici (Mastroianni, Piccoli, Noiret, Tognazzi, il meglio che si poteva chiedere!) si ritrovano in una villa parigina per “un seminario gastronomico”. Ma il loro incontro prefigura un macabro epilogo: un suicidio. L’intenzione è di morire dolcemente, godendo smodatamente dei due grandi piaceri della vita: il sesso e il cibo. Si servono così di tre disponibili fanciulle a cui si aggiunge una generosa maestrina che sarà per loro madre, amante, moglie ma soprattutto muta testimone della loro orrenda fine. La sceneggiatura, ricca di humor nero, regge bene e, a mio avviso, ha una sola pecca: i personaggi sono poco analizzati caratterialmente per cui non mi è nota la ragione del suicidio. Con “La grande abbuffata”, Ferreri ottiene nel 1973 un buon successo internazionale di critica e di pubblico, riuscendo nel suo intento di mostrare gli eccessi e l’autolesionismo della pingue società capitalistica. Questo film mi fa naturalmente pensarea ad un’altra pellicola limite del cinema italiano. Due anni più tardi Pier Paolo Pasolini firmerà la sua ultima opera: Salò o le 120 giornate di Sodomia, un vero pugno nello stomaco, crudo e a tratti visivamente insopportabile. Da “La grande abbuffata” il regista friulano recupererà diversi elementi narrativi, come i quattro sadici fascisti, che scaricano le loro perversioni non su se stessi, come il film di Ferreri ma sui ragazzi rapiti, l’ambientazione, una villa-prigione nella Repubblica di Salò, gli echi letterari, e le quattro meretrici che eccitano oralmente e incitano all’azione i quattro gerarchi con i loro raccontini. Il legame tra il piacere, l’eros e la morte ritorna e si acuisce. Il sesso, quel tipo di sesso, violento, esplicito, sporco, diverso dall’esperienza primaverile della joix de vivre della Trilogia della vita (Il decameron, Il fiore delle mille e una notte e I racconti di Canterbury) è il segno dello sfruttamento, della mercificazione e del declassamento della dignità. Entrambi i film si chiudono poi con un finale quanto mai criptico:speranzoso quello di Pasolini,grottesco quello di Ferreri.

